Saturday, January 28, 2017

Tranqui2 va in vacanza

Per questo servizio di dibattito e di controinformazione che ho dato alla cultura locale e alla scena dell'arte sono stato in questi anni oggetto di attacchi di ogni genere, anche sul piano professionale.
Se non ti dimostri zitto e conformista ti trovi contro una vera e propria macchina da guerra.

Ho cancellato moltissimi articoli di "servizio", lasciando online quei pochi che hanno per me un significato particolare, o già presenti in vari forum. 
L'indirizzo email di T2 è trasferito nell'altro mio blog.

Bye bye D.

Monday, August 8, 2016

Should Bauhaus be considered an Order of Architecture?

Should Bauhaus (and modern architecture) be considered an architectural order?



http://archinect.com/forum/thread/36407294/should-bauhaus-be-considered-an-order-of-architecture


from the forum :
>>>Frank your remarks are interesting and supported by what we can read in architecture's history books, but... the present is not a history book...

>>>i would overturn the question: what if the present would rather suggest us to review and widen our notion of "architectural order"? The line - Bauhaus - Mies van der Rohe - less is more - etc... has, in the course of time, codified 1 (anti-order) style that, in the end, became an architectural order itself, and the proofs are its duration, permanence, constancy.

Thursday, August 4, 2016

La cattiva letteratura di Riccardo Caldura

 Previsioni meteorologiche (by Colonnello B.)

Caldura firma interventi che non sono critica d'arte e vorrei che nessuno li confondesse per tali. Siamo dinnanzi a testi ibridi che utilizzano l'arte visiva solo come pretesto, reperto inerte sul quale, più che applicare, direi proiettare astratti esercizi retorici - come nel pezzo in Exibart sul ruolo del “direttore artistico-Biennale” - sovrabbondanti di nomi altisonanti, schemi gerarchici, scenari globali, e condizionate in senso ideologico. Esercizi accademici in cui l'unica risposta possibile ad ogni ipotesi sembra sia un professorale scetticismo dubitativo e dove risulta assai difficile rintracciare riferimenti che possano introdurre alla comprensione del linguaggio visivo prima, e di una poetica d'artista poi: le opere d'arte esposte sono praticamente assenti nell'articolo, resta un mistero perché ne facciano da corredo illustrativo.
In quanto scrittura ibrida risulta incollocabile in alcuna disciplina specifica tranne che in quella bolla di cattiva letteratura di chi vorrebbe riportare la fenomenologia delle arti visive (e la radicale alterità
di pensiero che rappresentano) nell'alveo dei dispositivi propri del linguaggio verbale senza passare attraverso il metodo critico, gravandola di un'enfasi tale da evocare tragicomici bollettini meteorologici “Alla Biennale di Enwezor può davvero essere affidato il compito di cogliere non solo l’orizzonte presente, ma anche le lontananze, il diradarsi delle foschie?”. Telefoneremo al Colonnello Bernacca.
I risultati? Cercate la recensione dove Caldura, dopo averci informato sulle sue (non di un artista) congetture filosofiche osservando mozziconi di sigaretta tra i masegni di Venezia, visita una mostra a Punta della Dogana senza “comprendere” nulla, a suo dire perché non c'erano chiare didascalie esplicative accanto ai titoli di opere troppo poco verbalizzate per le sue aspettative. Davvero, se le opere lo lasciano indifferente, non c'erano cicche su cui filosofeggiare alla Biennale di Enwezor?


"Me ne sono venuto via (…) guardando la griglia ordinata dei masegni, le pietre che pavimentano Venezia. Ogni tanto nell’intersezione fra pietra e pietra un resto di sigaretta, un paio di petali caduti del giardino accanto alla strada, una vaga impronta di gomma masticata. Anche la luce giocava un suo ruolo, dato il cielo di nuvole che andavano e venivano”.
Perfetto incipit per un brutto romanzo.

L'opera e il suo doppio

Il suo antimetodo prevede una costante preoccupazione dimostrativa: l'arte visiva secondo il R.C. deve costituire la didascalica appendice visiva di un'etichetta già data, certa, dogmaticamente predefinita. Non è quindi l'opera nelle sue evidenze formali oggetto di interpretazione, ma il doppio verbalizzato ad essa collegato: senza didascalie esplicative appiccicate sui muri l'opera sembra per lui non esistere.

"La critica non ha niente di normativo e utilizza le definizioni generali solo per arrivare al caso singolo" scrive Alfonso Berardinelli; per Caldura le definizioni generali professoralmente definite e dalle quali, manco a dirlo, ogni nozione di negativo e di ludico risulta omessa, divengono invece il cardine centrale di una prassi fondata su un uso strumentale dell'arte e degli artisti.
Antimetodo alimentato da una fortissima avversione per la radicale alterità verso i linguaggi verbali che l'arte visiva incarna; da essa sono attentamente espunti tutti quei dispositivi che la rendono un linguaggio davvero autonomo. Insomma, il classico intellettualino che considera tutti quei fenomeni non verbalizzati o non facilmente verbalizzabili didascalicamente cultura di serie B.

Quelli di Caldura sono scritti di una noia micidiale - poco letti - e in questo assolvono in pieno alla funzione di ad accreditare la penna conformista che li redige solo in certi ambienti di pseudo-intellettuali e funzionari, contigui al partito di turno, al circolo di nomenclatura universitaria di turno. 
L'avversione verso gli artisti e il loro ruolo sociale si manifesta con ancor più astio quando, assai di rado, si arriva ad un confronto reale e non simulato, senza quelle distanze che gli pseudo-intellettuali di stato creano intorno a sé.
Ecco la risposta che ho ricevuto in un forum:

"Riccardo Caldura
Puntuale come la grandine sull'uva a fine agosto da qualche parte sul web ti arriva il commento livoroso e inutilmente polemico di un personaggio che a Venezia ha assai dubbia credibilità: tale Kos, fratello in ombra di un ben più noto protagonista della vita culturale veneziana. Che dire? Guardare il cielo, sopportare con pazienza e tirare innanzi...pensando a Francesco e alla pace nel mondo, sperando che anche Kos riesca a trovare un giorno una qualche serenità (e di meglio da fare che inventarsi blog miserelli grazie ai quali provar a supportare i suoi lavori)"


Evidente la scorrettezza argomentativa contro un artista che sembra non possa esprimere il proprio pensiero quasi appartenesse ad una casta inferiore solo oggetto di giudizio dall'alto, il retrogrado familismo italico di chiamare in causa persone a me legate da vincoli di parentela, secondo il quale non conta ciò che una persona dice e fa, ma il clan a cui appartiene (e forse la prossima volta saranno nipoti e cugini), doppiamente inquietante in quanto è il migliore modo per creare un clima di veleni e di dare un chiaro segnare a quegli artisti che vorrebbero esprimere un opinione ma non lo fanno per timore.

Vediamo oggi tanti filosofi mancati occuparsi di arte contemporanea: grazie alla grande confusione terminologica e di metodo esistente nel settore possono trovare uno spazio di visibilità senza il rigore teorico e la capacità innovativa richieste in altre discipline. Il trucco è manipolare gli argomenti con stile affabulatorio da cattiva letteratura e aggiungere al minestrone qualche citazione altisonante, fornendo così al potere culturale un alibi per far fuori i rappresentanti di un'alterità radicale. Tutte operazioni che trovano le loro vittime, spesso numerose e consenzienti poiché il talento e l'alterità danno fastidio a tanti, in Italia a tantissimi. Il talento puro presenta delle resistenze a farsi strumentalizzare.

Importante capire che la posizione di Caldura non è neutrale, prevede un netta avversione verso l'alterità che l'arte visiva rappresenta; per Caldura ogni fenomeno del sapere deve essere riportato agli automatismi del linguaggio verbale... (post in progress - testo e correzioni in via di stesura)

Saturday, June 27, 2015

Giovanni Matteucci #2: i salvagenti filosofici dell'ex studente

>>>un ex studente di Giovanni Matteucci è intervenuto nella discussione già citata nel blog Tranqui2 cercando di soccorrere le bislacche teorie del filosofo docente Università di Bologna.
Gentile Inchierchia, apprezzo la sua capacità argomentativa e la correttezza di firmarsi nomen + cognomen piuttosto che nick + name  ma, mi creda, è inutile lanciare salvagenti filosofici di salvataggio ad una zattera estetica che affonda.


>>>dobbiamo metterci d'accordo sui termini che utilizziamo per definire i fenomeni presi in esame ancora prima di interpretarli. Quella che Matteucci implicitamente considera pittura non lo è assolutamente in quanto ascrivibile all'ambito delle pratiche pittoriche dell'arte contemporanea (e non solo perché il pittore non è dominatore dei materiali). Lo spostamento di argomenti attuato da Matteucci (non dai commentatori del thread) risiede nella terminologia impropria; i suoi modelli classificatori possono essere considerati validi al massimo per un'idea di pittura-pittore letteraria feuilleton o (forse, non sempre) per il manierista da cavalletto che produce opere funzionali al mercato turistico (ma un tale Giacomo Guardi produceva "quadretti" destinati a tale circuito).
Partire da tali cliché letterari attinenti all'ambito del romanzo, del teatro, del libretto operistico per arrivare poi con un salto mirabolante (come lei stesso Inchierchia fa) alle “pratiche artistiche contemporanee” costituisce, appunto, un errore di metodo. Stiamo parlando di romanzo ottocentesco, di souvenir turistici o di arte visiva? La critica d'arte arriva molto dopo tali grossolane semplificazioni. 
In "Leggere è un rischio", un critico letterario autentico come Alfonso Berardinelli correttamente afferma: "la critica non ha niente di normativo e usa le definizioni generali solo per arrivare alla descrizione del caso singolo". 
>>>in sostanza Matteucci finisce per commettere gli errori che la sua stessa teoria di "campo dell'arte" vorrebbe stigmatizzare: la sclerotizzazione dei fenomeni ed il renderli paradigmatici talvolta persino retrospettivamente, errore certamente mutuato dall'anti-metodo di tanti funzionari dei “musei contemporanei” che avvelenano l'arte italiana da decenni. Lo ripeto: Matteucci resta vittima delle manipolazioni intenzionali di costoro come lo siamo noi artisti che facciamo ricerca artistica autentica e non intrattenimento museale...

>>>per altri esempi di spostamenti di terminologia dell'arte rinvio i lettori del blog alla mia recensione del saggio "Arte contemporanea" edito dal Mulino che nella sezione "Quanto capiamo dell'arte antica?contiene sequenze multiple di spostamenti...

>>>La critica d'arte intesa quale disciplina ordinatrice arriva molto dopo la semplice individuazione dei fenomeni. Lei scrive ”non si tratta insomma di classificare o catalogare le arti”. Quali arti? L'arte pasticciera dei trionfi da tavola in cui anche un Bernini ed altri eccellevano? Per individuare i fenomeni (non per classificarli od organizzarli in una accezione di attribuzione di valore) Matteucci utilizza una terminologia mutuata dalla critica d'arte. Ma quella utilizzata da Matteucci per focalizzare “oggetti estetici” è una terminologia spostata, qui risiede il suo errore di categorizzazione. Il pittore Mario Cavaradossi, personaggio della Tosca, va collocato nell'ambito del libretto operistico e della storia del teatro non certo nell'arte visiva ma tale distinzione non rientra nella critica d'arte, la precede.


Matteucci:
“Il passaggio che sottolinei dall’estetica del cercare all’estetica del trovare – è stato elaborato seguendo
sollecitazioni che provengono direttamente dalle esperienze
contemporanee dell’arte”, “Mi sembra che esprima efficacemente una trasformazione che ha subito la concezione della creatività nel corso dell’ultimo secolo. A un’idea secondo la quale chi crea va autonomamente e liberamente in cerca di materiali di cui disporre con dominio assoluto per renderli veicolo della propria ispirazione, è subentrata tendenzialmente un’idea di creazione che tiene in massimo conto i vincoli posti.
“La dimensione performativa – in termini più compromessi, se si vuole: spettacolare e spettacolarizzata – che è sempre più accentuata nelle pratiche artistiche contemporanee (due casiemblematici: il passaggio dalla pittura alla videoarte e quello dalla scultura all’installazione) mi sembra che testimoni appunto questa metamorfosi della creatività”.

Chiarissimo qui il processo affabulatorio derivato dal metodo antistorico della critica contemporanea che costruisce delle narrazioni sulle prassi e tecniche artistiche che “diventano” altre tecniche, comparando “oggetti estetici” disomogenei. Matteucci fa narrazione pura quando favoleggia sul "passaggio dalla pittura alla videoarte e quello dalla scultura all’installazione": si tratta di pratiche diverse e non di generi artistici, quindi sono discipline autonome ed è errato porli in una prospettiva in divenire. Non stiamo discutendo di teorie artistiche, di poetiche militanti o di definizioni generali vs. caso singolo né di attribuzioni di valore ecc, Matteucci, come tanti teorici, proietta sull'arte visiva i suoi schemi di verbalizzazione. Quando ritiene “La dimensione performativa” - “sempre più accentuata nelle pratiche artistiche contemporanee” tesse delle narrazioni su oggetti estetici disomogenei, pone Cavaradossi vicino alla Abramovic.
>>>post in progress >>> testo e correzioni in via di stesura

Saturday, March 7, 2015

Lost Treasures Of Italo-Disco 3 :) Mothball Records

https://www.youtube.com/watch?v=3ttJmP2S2oM

Differente dai precedenti, Lost Treasure 3 dell'australiana Mothball Records è una sorta di italo-lounge. Il #1 conteneva il brano Ombretta "Pianeta" praticamente incollocabile in quanto genere musicale, ed anche qui non mancano gemme aliene sulla stessa linea. 

Questa forma di Italo-disco che sviluppa uno schema fisso minimo come contenitore di variazioni imprevedibili ha un significato per ciò che ho cercato di teorizzare nella "Fabula Architecture", sistema che pensa la struttura formale quale variazione inscritta in una griglia neutra così includendo le influenze più disparate.
"Fabula Architecture" più che l'ennesimo stile architettonico vuole essere uno schema/metodo capace di includere diverse variazioni stilistiche persino distantissime. Variazione - nozione alternativa di "nuovo" - questione già riportata in evidenza dal postmodernismo, movimento che certi incompetenti della critica d'arte considerano un bazar di timpani e quadri citazionisti.

Friday, March 6, 2015

>>>l'arte strumentalizzata di Andrea Viliani (al Museo Madre)

A cura di Dambruoso e Gigliotti con intervento del bearded Andrea Viliani, al Museo Madre il consueto show di cicisbeismo zuccheroso al servizio di Angela Vettese (nella serie dei Martedì Critici). E tra un colpo di cipria e l'altro, nella nube tossica finale alcuni dei 4 auspicano allegramente che l'arte sia "più strumentalizzata" dalla politica.
Viliani: "condivido che l'arte dovrebbe essere più implicata dalla politica e più strumentalizzata dalla politica, effettivamente, perché vorrebbe dire che la politica riconosce all'arte quel ruolo simbolico straordinario che ha sempre avuto".
Già lo sappiamo: istituzioni pubbliche d'arte utilizzate per strategie reazionarie. Incubatori dei peggiori orrori arte/politica del Novecento. Chi tutela, al Museo Madre, i diritti, il punto di vista, la dignità professionale e morale di chi l'arte la fa davvero: gli artisti?
Gli artisti vengono selezionati dal dal Museo Madre non per la qualità intrinseca delle opere ma per la presenza in esse di elementi passibili di una calcolata strumentalizzazione?

Teniamo conto che Andrea Viliani ha collaborato con la Bakargiev, figura appartenente al circolo di critici d'arte contemporanea passati per le pagine del Sole 24 Ore, circolo assai coeso ed organizzato da fitti rapporti, il cui scopo è cristallizzare l'arte italiana ad una eterna ripetizione dell'Arte Povera e suoi derivati (ed  alle sperimentazioni del secondo Novecento) con punte di neo-zdanovismo molto aggressivo come appunto la signora Vettese. Le lodi che Viliani attribuisce alla Signora vanno lette come un omaggio reverenziale diretto al gruppo di potere che ha dietro e alla sua influenza che non ci risparmia nemmeno mariti e protegé men che mediocri.

Thursday, February 19, 2015

IL VOLO vittima del giornalismo anti-talento

Ovvero cultura di massa e talento artistico.

Helga Marsala con l'articolo "Sanremo e i tre ragazzi antichi. Il Volo: l'ennesima vittoria facile di un super show" dà prova della consueta diffidenza delle sacche conservatrici del Paese verso i talenti artistici mainstream che per affermarsi non hanno bisogno della mediazione di certe élite di potere.

Le argomentazioni dell'articolo sono capziose dalla prima all'ultima, proprie di un giornalismo d'arte fazioso: vogliono farci credere che l'ingenerosità verso i maggiori talenti artistici autentici ma marcatamente mainstream sia una forma di rigore intellettuale. Errato. I tre giovanissimi (dato molto importante) cantanti del gruppo Il Volo che hanno presentato al Festival Sanremo il pezzo "Grande amore" dimostrano indubitabilmente, all'interno del loro genere musicale classical crossover pop, doti vocali ed interpretative. Doti che devono essergli riconosciute.

Fare pop non è mai "facile", ed è assai raro nel pop ottenere successo "facile" perché ti spingono le lobby come al contrario accade nell'arte visiva dove troviamo opere ed artisti di dubbio valore, dove contano molto più i legami di salotto, famiglia, lista, baronia (e di letto), e qualche pagina di bla bla alla Bakargiev trasforma la peggior banalità stravista in capolavoro o se ti esibisci in situazioni sensazionalistiche susciti l'entusiasmo di Chiara Bertola.
I soffitti alti della villa citata dalla Marsala ci sono anche nei musei, Palazzo Grassi, Villa Panza, Rivoli, inoltre non si può parlare di cultura mainstream senza contestualizzarla nel genere di appartenenza, passaggio tranquillamente ignorato dalla "critica" (tra molte virgolette) d'arte italiana.
La scena dell'arte contemporanea istituzionale abbonda di Sanremo e super-show che tuttavia s'appellano (per dirla con Traviata) Biennale e Documenta.
L'avete visto il Premio Maxxi, con le artiste pseudosperimentali che si fanno premiare sul teppeto rosso, buone, brave, vestite bene, obbedienti come i bambini dello Zecchino D'Oro di una volta, con la supervincitrice Marinella Senatore che dichiara di essere "molto emozionata. In realtà ho lavorato tanto. Voi avete lavorato tanto" e parla di "un segnale di apertura". Il "segnale" sarebbe quello di concedere al pubblico il ruolo comparsa? WOW!
Dove sta la differenza? Comici a parte, il pubblico a Sanremo conta, fortunatamente, di più. Se scegliesse unicamente il giornalismo anti-talento la musica italiana sarebbe più noiosa della programmazione del museo di Rivoli!
Quando c'è di mezzo il giudizio del pubblico le tecniche di indirizzo dei consumi di massa attuate da una certa informazione fallisco; di qui la loro rabbia astiosa e sprezzante.

Quindi - ultraseverità e accanimento del giornalismo anti-talento contro i tre del Volo in quanto dimostrano doti vocali certe, in quanto poco più che adolescenti, in quanto incarnano l'archetipo del puer-prodigio musicale, in quanto cultura pop-classica scelta dal pubblico, in quanto il mainstream può dimostrare originalità, in quanto esempio di come il masscult può farsi divulgatore di cultura alta senza ricalcare la via del midcult.

Ciò sfugge, ovviamente, a chi sia digiuno dei retroscena delle redazioni di quotidiani e settimanali. Una Alessandra Mammì semplicemente omette da anni di informare sull'arte contemporanea italiana che non rientra nel suo limitato orizzonte di interessi.
Se Helga Marsala, Daria Bignardi, il dj Linus, Michele Monina (che li definisce vecchiminkia) ecc... non possono attuare la furia censoria di alcuni settori specialistici dell'informazione culturale è perché, obbedendo alla legge delle news, sono chiamati a dire la loro anche su Sanremo. Con i risultati di cui sopra. Ve lo vedete il dj Linus proporre artisti che non siano derivati dai modelli culturali anglofoni? Per capire il conformismo nel quale siamo immersi è necessario che si affacci sulla scena qualche elemento disturbante. Esattamente come nell'arte contemporanea.

L'autentico talento dà fastidio a molti.

Da notare che, con le stesse argomentazioni capziose, alcuni generi artistici vengono classificati da certi pseudocritici quali prodotti di "perizia tecnica", quindi in certo senso "facili". In uno schema siffatto sono proprio certi sviluppi mainstream del linguaggio visivo ad infastidire chi si vuole erigere a unico mediatore tra artisti e pubblico, tra artisti e potere.

Per decodificare un fenomeno musicale marcatamente mainstream ma eclettico e dal sapore postmodern bisognerebbe saperlo situare in una prospettiva critica di genere e sottogenere, di divulgazione culturale della vocalità operistica verso i giovanissimi, e quindi educativa, prospettiva assente nei critici alla Helga Marsala con i suoi parametri di pensiero unico da prodotti-opere-per-musei-arte-contemporanea.
post in progress (testo e correzioni in via di stesura)

Thursday, December 4, 2014

... tranqui2 - vomitrone

...
che dicono
che non ti sei spiegato
che si sono spiegati male
che sputano senza far centro
che mi hai capito (o hai cercato di capirmi muchas gracias!)
che ascoltare è un fare
che se tu avessi
che se tu avessi evitato
che quando è passato l'amore...
che quando è passato l'amore (ma correva!)
che forse quella volta
che se tu, magari, quel giorno
che sì, quella volta sì, però
che gli altri non sono Daniele un po' diverso
ke gli altri sono altro
che gli altri non sono D di Daniele scritta come P
o nascosta dentro una R
che gli altri non sono due D accavallate a B
che gli altri sono altre lettere
che gli altri sono altre lettere
che gli altri sono altre lettere
che Tutti dicono
che il Signor Tutti non l'ho mai incontrato
che quella ha perso la testa a 50 anni
che i non vedenti
che i non
che professori sono tanti, tantissimi
che dentro il detto c'è il taciuto
e sono le prime due matrioske
che anche l'altra ma
che 'sto fatto di pagare affitti tutta la vita
che anche la culla in affitto
che dovrei leggere quella roba lì, no?
che l'ho scritto da qualke parte
che è meglio scriverlo subito o mi dimentico
che la grandine
che 1 strofetta
che 1 fiuuuuuuuu
che traslocare a Venezia
che il Presidente dei Presidenti
che ad occhi chiusi a luce spenta
che c'è acqua alta il mare ti vuole toccare
che c'è vento il cielo ti accarezza le guance
(questo l'ha già scritto uno dei francesi)
che gnam gnam nuvole
che con la nebbia si vede assai bene
che quando io arrivai lui era già morto
che i fumetti giapponesi
che se - ti stringessi
che non tutte le notti, sarebbe troppo
che almeno 2 volte la settimana
che, diciamo, 3 volte
che è meglio a quell'età
che sa fare bene l'amore
cha sa fare bene l'amore a memoria
che la dote del vero politico
che alla fine una sorpresa
che italo-disco?
che c'è poco da ridere
che c'è tanto da ridere
che sembrerebbe quasi tutto da ridere
che c'è un quasi-quasi-sorriso per la sciagura e l'irreparabile?
che quel quasi-quasi-sorriso sarebbe...
che del monumento rimane un mezzo sorriso di marmo
datato, autenticato, nella bacheca (forse un falso del secolo scorso)
che la Gioconda, smile ben dipinto
ke diceva ke non le somigliava
ke se il sogno non avesse delle ali così grandi
riuscirei a spiccare il volo anche dalla mia cameretta
che Daniele bla bla e anke shhhhhhhhh!
ke il perdono, coup de théatre
che dire tu
che io + tu - l'altro
che noi 2, al di là del bene e del male
che al di là del benino e del maluccio
che paura
che poi passa
che conformisti
che quello ha voluto troppo paradiso
che il paradiso se l'è mangiato
che il paradiso ha denti di riserva
che chiudono la saracinesca
che l'idea arriva adesso
che l'ha interrotto
che Madame Poesia l'ha invitato a cena
che Madame Poesia gli ha rubato il cell
che bravi quelli a sporcare la Poesia
cha natura che sa
che
che tra muri grossi così
che tra muri di silenzio così
che estranei ma insieme
insieme, estranei
estranei ma
che lì nell'India del sud
che lì l'Irlanda
che
che dietro una porta chiusa a chiave
che dopodomani
che le frittelline con le zucchine
che calor!
che Nikos Ikonomopoulos (bel nome)
che ci sono ballerine + ballerini sullo sfondo
che ballano
che anche la mattina presto
ci sono ballerine + ballerini sul fondoscena
che ballano
che particelle piciopiciolissime
che ballano
che vomitrone
che dentro e fuori dal letto
che dentro e fuori dai sogni
che tranqui Daniele, tranqui (1)
che tranqui (2) ti raccomando eh

Friday, November 7, 2014

IL KOSSINO - Nuovo Dizionario Di Arte Contemporanea

>>>è un post in progress. Testo e correzioni in via di stesura. 
I nomi per ora sono coperti da omissis (dall'agente segreto Schiacchia Koz) 

installazioni naif - opere realizzate da artisti che utilizzano la pratica installativa senza consapevolezza sulle questioni teoriche in essa sottintese (vedi P**** P*** - omissis)

arte universitaria -  aka la nuova arte accademica

Lady Lady Oscar - premi che i musei d'arte contemporanea attribuiscono a lobby di riferimento (Premio Ma**i ecc...)

Il piramide - schemi gerarchici nelle istituzioni d'arte per fornire poltrone a funzionari finti critici d'arte

Fricchettoni in frac - ex alternativi che una volta arrivati al potere si dimostrano 100 volte più conservatori di quelli da essi un tempo contestati

Sanremo giovani - i festival della performance con giovani artisti che copiano le performance Anni Settanta

Zampa&zompa - critico che allunga la zampa su una tua opera

Vomitrone - particella costitutiva di una vomitata intellettuale tanto pretenziosa quanta priva di idee in stile B******* sul genere:
 "certainly not in terms of a worldly (Donna Haraway) alliance (Susan Buck-Morss) of cosmopolitical (Isabelle Stengers) intra-acting (Karen Barad) and cobbled-together (Haraway) human and non-human agents (Bruno Latour)" 

Curator coma - curatore completamente conformato al manierismo da sistema dell'arte che cova odio feroce per ogni eccentricità creativa

Il critico Buongiorno e la critica Buonasera - Critici d'arte docenti o curatori in università, fondazioni, musei. Distantissimi dalla comunità artistica del territorio, vivono in una bolla separata di gerarchie, soldi, mondanità. Il dialogo culturale che instaurano con gli artisti si esaurisce in 1 educato, laconico, idiota "buongiorno" e/o "buonasera"sbavato dalla bocca ingiallita di un masticatore di tabacco.

Enterte-ta-teinment - intrattenimento da museo mausoleo delle avanguardie storiche

Museo-mauso-leo - museo istituzionale che riduce la contemporaneità in una mummificazione delle avanguardie storiche

dittatriger - direttrice della stessa istituzione d'arte contemporanea per decenni che diventa, in un luogo o città (di provincia e non), una dittatrice del gusto da contestare (da B*** C****** - omissis)

lectio magistralis perennis - monologo kritico della durata d lustri attuato kome 1 ciaspolata in solitaria sulle vette innevate (molto d moda nelle sedi museali + provinciali)

ready/alchemic/made - trasformazione in $O₤D¥ della materia tramite il ready made

anatomia ready made - esercizi di ready made (eseguiti dagli studenti dell'Accademia di Belle Arti) che sostituiscono lo studio dell'anatomia

muttare - emettere R.Mutt artistici

ready mammade - Ready made fatti in casa

graspacio - .........

Ana-any - Si dice di pensiero critico che confonde sistematicamente la terminologia classificatoria dell'arte - tecnica con genere artistico, pratica artistica con stile ecc...
es: "Questo saggio è un'A.A." (da Anna D********)

grottesche - ...........

Spararle grosse - artisti che riciclano in versione museale monumentale le avanguardie del Novecento (dall'artista G***** - omissis - che rifà in scala macro gran parte del Novecento)

Pollka - pratica artistica pittorica danzante di Pollock

Curator Porn (anche cur-actor) - termine coniato da Nadja Sayej sul protagonismo dei funzionari delle istituzioni d'arte finalizzato ad esautorare l'artista del suo ruolo sociale (vedi l'impostura intellettuale di Carolyn Christov-Bakargiev)

SavonWharola - predicatore laico che fa di un'arte apparentemente trasgressiva ed anticonvenzionale (ma attuata dentro i musei) un dogma laico

Ready Marmelade - Lady Marmelade .....

Internazionalo - falsificazione dell'idea di internazionalismo culturale delle istituzioni d'arte locali
che riducono la loro programmazione a quella di cinema di provincia che proiettano i blockbuster creati altrove.
Da un punto di vista produttivo e non di passiva fruizione, il vero internazionalismo è rarissimo e non ha nulla a che fare con il conformismo dei funzionari dei musei.

Italo Cisco - .........

Gagnamento - bugie sfacciate dei critici per mantenere le poltrone

marchiello - si dice di saggio teorico che critica il postmodernismo in arte, ma lo fa utilizzando un linguaggio completamente postmoderno nella forma (da F******)

Saturday, October 11, 2014

Indagine sull'AMACI: perché Ca' Pesaro nell'AMACI?


Cari lettori,
dopo l'inchiesta sul database Italian Area (e l'inquietante sua estensione, il "Museo Senza Centro"), Tranqui2 prende in esame un'altra realtà del contemporaneo italiano della quale si parla poco: l'AMACI, associazione dei musei d'arte contemporanea italiani.
Tranqui2 se ne occupa anche perché da non molto Ca' Pesaro, la storica istituzione che persino nel sito del Comune viene definita "Galleria Internazionale d'Arte Moderna", è entrata a far parte di quel circuito (vedi il loro sito).

Non si capisce quali siano le ragioni di far rientrare un'istituzione che si occupa di arte moderna (ma sulla pagina dell'AMACI compare addirittura la dicitura "FONDAZIONE MUSEI CIVICI VENEZIA", l'intera MUVE! ) ad un circuito nazionale, quello dell'AMACI, completamente diverso per natura, mission, obiettivi. 

Infatti L'AMACI non è una semplice piattaforma di confronto o scambio informazioni, trattasi di vero e proprio organismo strutturato con tanto di presidente, vicepresidente, consiglieri, e caratterizzata in senso conservatore (come presidente troviamo Beatrice Merz, figlia di Mario e Marisa Merz, una figura il cui curriculum come curatrice e critica lo trovate qui http://fondazionemerz.org/beatrice-merz/ - superfluo ogni commento -).

Mostre temporanee di arte contemporanea oggi si fanno ovunque, incluso lo "Spazio Dom Pérignon", lo spazio del contemporaneo ospitato da Ca' Pesaro, senza per questo far rientrare le istituzioni che le contengono o addirittura la MUVE nella categoria a cui l'arte contemporanea appartiene.
La metodologia critica richiesta dall'arte contemporanea risulta assai diversa da quella specifica di uno storico dell'arte; ma in effetti l'azzeramento di una corretta prospettiva di metodo sembra il vero obiettivo teorico dei corifei del sistema dell'arte contemporanea all'italiana.
Su questo azzeramento già lo statuto dell'AMACI risulta esemplare: la loro specificità "arte contemporanea" diviene in esso per incanto "per promuovere l'arte moderna e contemporanea". Forse vogliono far conoscere Picasso, un perfetto sconosciuto.
Chiaramente è un trucco per riuscire ad influire su istituzioni che con l'arte contemporanea non han nulla a che fare.

Resta assai fondato il sospetto (vedendo anche i nomi coinvolti) che si tratti dell'ennesimo tentativo di impoverire il territorio del Veneziano dei suoi spazi culturali vitali, essenziali allo sviluppo, per innestarli all'influenza di gruppi e organismi istituzionali radicati in associazioni che operano sull'intero territorio nazionale, in una quadro di sottrazione di autonomia, quindi di controllo dall'alto fortemente centralista. Senza dubbio una dinamica utile a certe poltrone ma dalle nefaste conseguenze per lo sviluppo economico e culturale del territorio. Venezia ed il suo appeal planetario utilizzati ancora una volta come merce di baratto come se non esprimesse un tessuto culturale e produttivo da tutelare, ed avvilita da chi la sfrutta per interessi particolaristici.
Perché i vari Beatrice Merz, Pratesi, Maraniello, Di Pietrantonio, Mattirolo, Passoni, Rorro devono avere un'influenza seppur indiretta su Ca' Pesaro e la MUVE, Fondazione Musei Civici Veneziani?
Che si tratti dell'intera MUVE e non solo di Ca' Pesaro lo dimostra una loro inserzione sotto la categoria "job opportunities".

Dopo aver posto un cappello all'autonomia delle singole istituzioni d'arte comunali con la creazione della MUVE Fondazione Musei Civici Venezia (in cui i comitati direttivi abbondano allegramente a spese nostre) si è scelto di agganciarla ancora ad un'altra struttura gerarchica, questa volta operante su tutto il Paese.
Sommando tutte le piramidi di direttori, presidenti, consigli di amministrazione e consiglieri, comitati scientifici, comitati di direzione, apparati burocratici, ne risulta un parco poltrone tale da poter essere contenuto a fatica anche dal garage di Piazzale Roma. Per attuare qualche mostra d'arte sembra sia necessario un esercito di funzionari, mentre alle categorie produttive è riservata, come sempre, la consueta ingenerosità severissima e tignosa. Chi, in tale cancan di poltrone, tutela il punto di vista e il rispetto della categoria di chi l'arte la fa davvero e la produce, gli artisti? Squallido festival del mandarinato.

Proprio la vicenda Ca' Pesaro - MUVE - AMACI dimostra bene quanto l'AMACI, prima che un'associazione delle istituzioni d'arte contemporanea, sia un gruppo di influenza che utilizza l'arte contemporanea come passe-partout per inserirsi ed avere un peso nelle realtà istituzionali più diverse che con la specificità dell'arte contemporanea non hanno nulla a che fare.

L'intera operazione pone parecchi dubbi sull'operato di Gabriella Belli e dei comitati scientifico e di direzione della MUVE; a che servono tanti nomi altisonanti se non riescono nemmeno a porre dei limiti a scelte la cui assurdità farebbe sorridere un ragazzino? Inoltre c'è da chiarire se l'AMACI, oltre che a "promuovere", venga utilizzata per i giochetti di cui le gerarchie dei burocrati italiani sono specializzate: omettere l'autentica alterità, porre veti su nomi davvero nuovi o underground, censurare figure indipendenti.

In quanto a Beatrice Merz, naturalmente non ho nulla da ridire sul ruolo di vertice da lei ricoperto al Castello di Rivoli e all'AMACI. 
Se l'hanno ritenuta adatta per tale carica avranno avuto le loro buone ragioni: Rivoli, si sa, è il mausoleo di stato dell'Arte Povera da decenni.
Ma come cittadino veneziano (prima ancora che come artista) devo manifestare apertamente il mio sconcerto e preoccupazione che una figura con un simile risibile curriculum abbia una qualche influenza diretta o indiretta su Ca' Pesaro e sulla Fondazione Musei Civici Veneziani, che non possono essere ritenuti un problema di famiglia. Venezia non è Torino. 
Beatrice Merz, in rapporto a ciò che la MUVE rappresenta nella storia dell'arte, rappresenta solo un cognome altisonante e potrebbe essere al massimo presidente di un organismo di fondazioni private di famiglia o di editori d'arte contemporanea. L'AMACI inoltre ha una quota associativa, anche se non cospicua. Chi paga? Il curriculum di Beatrice Merz li vale? Per me no.
L'altisonante etichetta di "arte internazionale" serve come al solito come paravento e alibi capzioso per operazioni più che provinciali, da italico atavico familismo: "Beatrice Merz, figlia di Mario e Marisa Merz". Davvero non serviva specificarlo, credo nessuno sia così malizioso da supporre il contrario. 

Riporto interamente quanto troviamo su Beatrice Merz nel sito della Fondazione Merz:
"Beatrice Merz, figlia di Mario e Marisa Merz, è nata in Svizzera il 5 agosto 1960. Vive e lavora a Torino.
Accanto a esperienze curatoriali (due retrospettive, una dedicata a Gilberto Zorio e l’altra a Giovanni Anselmo, una mostra sull’Arte Povera a Oslo e alcune rassegne di giovani artisti), l’attività principale è stata sempre quella editoriale. Ha fondato nel 1986, e tuttora dirige, la casa editrice hopefulmonster specializzata in libri e cataloghi d’arte contemporanea. Nel 2005 inaugura la Fondazione Merz, un progetto fortemente voluto insieme al padre. Dal 2010 è direttore del Castello di Rivoli".

Mentre il sistema del contemporaneo italiano si è nel tempo cristallizzato in formule pubbliche e private gerarchiche, verticistiche, piramidali, ed in organismi egualmente strutturati, non è seguita un'analisi sulle implicazioni teoriche che tale configurazione comporta, sull'idea di arte contenuta nei loro statuti. 
L'informazione sull'arte è tanta ma poca o nulla la controinformazione e le riviste, invece di osservare e decodificare la fenomenologia che il presente ci offre, sono tutte schierate in difesa della nomenclatura, concentrate esclusivamente sulla lettura stilistica dell'opera, incapaci di proporla contestualizzandola in un quadro più ampio.
Per ricorrere ad una metafora calcistica: tutti tifano per una squadra, nessuno si preoccupa delle regole del gioco.

L'AMACI si presenta come "associazione dei musei d'arte contemporanea italiani".
Il data 17/4/2012 il suo consiglio direttivo si presentava così:
"Il Consiglio Direttivo di AMACI – Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani, composto dalla Presidente Beatrice Merz, il Vicepresidente Ludovico Pratesi, e dai Consiglieri Giacinto Di Pietrantonio, Gianfranco Maraniello, Anna Mattirolo, Riccardo Passoni e Angela Rorro si è riunito ieri, lunedì 16 aprile 2012, negli spazi della Fondazione Galleria Civica di Trento"...

Nella pagina "Contatti" del loro sito oggi troviamo:
Organizzazione
Consiglio Direttivo

Beatrice Merz, Presidente

Ludovico Pratesi, Vice Presidente

Giacinto Di Pietrantonio

Gianfranco Maraniello

Anna Mattirolo

Riccardo Passoni

Angela Rorro
Collegio dei Revisori
Revisori effettivi:
 Massimiliano Serra, Presidente
 
Lauro Montanelli 

Paolo Spanu
Revisori supplenti:
 Giuliano Longhi, 
Riccardo Trezzi
Segretario Generale
 Cristian Valsecchi
 cristian.valsecchi@amaci.org
Project Manager 
Greta Gelmini
 greta.gelmini@amaci.org
Tel. +39 035 270272
Fax. +39 035 236962
Ufficio comunicazione
 Lara Facco 
lara.facco@amaci.org
Tel. +39 349 2529989 
Amministrazione 
Rossella della Monica 
amministrazione@amaci.org
Sempre nel sito troviamo statuto e modulo per la richiesta di adesione...

L'inserzione nella sezione "JOB OPPORTUNITIES":

Impiegata/o Addetta/o attività educative museali
Fondazione Musei Civici di Venezia ha aperto una ricerca per la posizione di Impiegata/o Addetta/o attività educative museali. Termine invio candidature: 19/01/2014. Per il testo completo dell'offerta e per candidarsi consultare la pagina all'indirizzo: http://www.visitmuve.it/it/lavora-con-noi/la-fondazione/opportunita-di-lavoro-2/
(post in progress, testo e correzioni in via di stesura)
dallo statuto dell'AMACI

Sunday, July 27, 2014

Carolyn Christov-Bakargiev's delirium-curator-delirium in Mousse Magazine

 "Wordly wording: the imaginal fields of science/art and making patterns together" by CCB appears to be the result of a delirium-curator-delirium. 
Carolyn, why do you feel an urge to write so much pretentious baloneys in Mousse-Magazine? We kindly ask you to prepare an article with minimum 3 pages where you don't b******* us.
To arrange a bunch of fancy words together doesn't make you an intellectual.  This delirium of woozy language doesn't make you an art critic:

"TO ME, THIS DOES NOT MAKE MUCH SENSE ANYMORE, CERTAINLY NOT IN TERMS OF A WORLDLY (DONNA HARAWAY) ALLIANCE (SUSAN BUCK-MORSS) OF COSMOPOLITICAL (ISABELLE STENGERS) INTRA-ACTING (KAREN BARAD) AND COBBLED-TOGETHER (HARAWAY) HUMAN AND NON-HUMAN AGENTS (BRUNO LATOUR)"

Sunday, June 15, 2014

L'ex assessora alla cultura - il Consorzio Venezia Nuova - la "cabina di regia"

Il sito di "Italia Nostra" nell'articolo "Consorzio Venezia Nuova, ecco alcune dazioni legittime" riporta un'interessante lista delle istituzioni destinatarie di contributi (i cento milioni di euro citati da Baita). Tra queste la Fondazione Querini Stampalia, Fondazione Bevilacqua La Masa, Ateneo Veneto, Amici dei Musei, Amici della Fenice ed, aggiungo io, IUAV - Facoltà di Design e Arti (VV² Vivere Venezia 2 Recycling the Future), La Biennale, inoltre il CNV è tra i soci della Venice Foundation. 
Per quanto riguarda l'Istituto veneto di Scienze ed Arti, ho trovato online l'articolo "Gli esperti dei Cnv ai Lincei per paralare di difesa delle acque", dal quale si evince che tra i relatori vi era "L’ingegnere dell’Istituto veneto di Scienze ed Arti".
Curioso notare come, nel tempo, in numerose di queste realtà (vedi collaborazione Fenice - Bevilacqua) compaia a vario titolo il nome di Angela Vettese (compreso il cda della Venice Foundatione pochi sanno che Vettese faceva parte anche della commissione selezionatrice delle associazioni che possono accedere al SALE). 
Ma essa fino a poco fa reclamava, da assessora alla cultura e turismo, ancor più margine di influenza diretta, lamentando l'assenza di una "cabina di regia" comunale.
La Nuova Venezia: 
"Ma l’assessore - chiesta di una cabina di regìa comunale sul controllo delle attività della Fondazione - ha definito questo «un punto dolente». «Vedo istituzioni come la Fondazione Musei Civici, la Biennale, Vela, lo stesso Goldoni, allontanarsi come zattere dal Comune», ha detto, «perché non ho nessun potere di intervento su di esse e non siedo in alcuno di quei consigli di amministrazione. È pertanto un problema politico, della città, se vuole riappropriarsi di una funzione di indirizzo sulle istituzioni pubbliche veneziane che si occupano di cultura".
Voi capite bene gli effetti che avrebbe comportato l'avverarsi di tale ipotesi in una situazione spaventosa come quella veneziana. Senz'altro sarebbe riuscita a mettere la mani persino sulla Biennale.

L'inchiesta Mose sta chiarendo numerosi rebus irrisolti della Venezia attuale.
In pratica una città dove esiste una casta assolutamente trasversale abilissima a non far uscire  dal loro recinto dorato nemmeno un euro di risorse, compresi quei cento milioni di euro...

Thursday, April 24, 2014

Lives of the most excellent designers >>> Vasari


>>> Lives of the most excellent designers >>> by Vasari

Thursday, April 10, 2014

Limiti & errori de "L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica" di Walter Benjamin

Attenzione: post in progress, testo in via di stesura.

>>>I lettori che seguono il blog possono facilmente supporre quali siano le mie obiezioni alle tesi di Benjamin esposte nel suo celebre saggio. Egli inciampa in errori assai comuni in quei teorici privi di una conoscenza diretta delle tecniche artistiche.

>>>Mi limito a poche osservazioni. L'opera è sempre stata riproducibile e riprodotta tecnicamente anche su larghissima scala. Le prove più persuasive di tale evidenza le troviamo già nell'arte antica, dalla ritrattistica statuaria fino alle repliche romane di modelli ellenistici. Non va dimenticato che pittura e scultura vanno di per sé intese quali tecniche, non generi artistici; il percorso che dalla tecnica conduce al genere (ed oltre) è un tracciato lungo, articolato. Quindi la "copia" di una scultura ne rappresenta la "riproduzione tecnica" più che una "copia artistica". 
La copia artistica differisce dal modello originale, ne crea un d'apres interpretativo.

D'altro canto, la riproducibilità tecnica precede quella meccanica e tecnologica; il dato manuale - o di relazione tra corpo e strumenti/medium - che corrisponde all'intenzionalità di chi sceglie un soggetto da dipingere, fotografare o riprodurre permane (frazionata in impercettibili, minimi passaggi) financo nelle tecnologie contemporanee più sofisticate, nel clic di un computer o di una macchina fotografica.

Analoghe considerazioni si prospettano allorché prendiamo in esame il concetto di aura. 
Errato addebitarla alla fruizione devozionale/cultuale che essa avrebbe avuto in origine - l'opera d'arte sacra rimane tra le più riprodotte su larga scala. L'opera sacra infatti, tranne quei casi riconducibili ad eventi ritenuti miracolosi od alla devozione popolare, presenta aura (come nelle icone) in quanto fedele e metodica "riproduzione" di una matrice, oppure essendo fruita ed utilizzata quale inerte supporto materiale di una dimensione trascendente. 

Viene così a delinearsi una conclusione opposta a quella di Benjamin: l'aura laica stigma di originalità ideativa trova, attraverso numerosi passaggi, una sua definitiva precisazione nel Rinascimento parallelamente all'emergere del ruolo sociale dell'artista divo pop, artifex "firma", mente ideativa, depositario della paternità creativa del proprio "stile", quello leonardesco, michelangiolesco, giorgionesco, ecc.... 
Il riconoscimento sociale dell'invenzione in quanto evento laico/numinoso della scoperta accompagna la consapevolezza che la corretta lettura formale di tale "evento ideativo" non verbale può avvenire in presenza del suo supporto materiale originario, fattore non eludibile come elemento integrante di un processo percettivo prima, interpretativo e conoscitivo poi, correlato appunto ad una fruizione di linguaggi non verbali. 
L'aura deriva dalla corretta lettura dell'opera nelle sue evidenze formali all'interno del sistema binario dettaglio + insieme. Quando il sistema binario interno viene interrotto (come in talune pratiche installative) il linguaggio verbale torna ad essere egemonico rispetto a quello visivo supplendo la funzione "dettaglio" o quella "insieme"...


"L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità meccanica/tecnologica" ("The Work of Art in the Age of Mechanical Reproduction (or Reproducibility)" suggeriscono le traduzioni inglesi) potrebbe essere una correzione utile al titolo che tuttavia anche in questa formula presenta delle (...)

Thursday, April 3, 2014

Lost Treasures Of Italo Disco – Vol.2!!!!!!!!!!!


Lost Treasures Of Italo Disco – Vol.2!!!!!!!!!!!

Flemming Dalum - Filippo Bachini - Mothball Record


https://www.youtube.com/watch?v=QYa_0AvuN2I

Friday, February 14, 2014

Pietro Longhi: la pittura nella pittura





>>>un tema sottovalutato per comprendere l'opera di Longhi risiede nella miniaturizzazione della realtà percettiva.
Nelle tele di Longhi il lume dello spazio pittorico si accende intorno alla mimica delle figure centrali addensandosi laddove i contrasti chiaroscurali, ordinati per strutture semplificate, minimali, spesso geometrizzate, vengono utilizzati per accentuare la suddivisione in piani.
Le sue scene di vita comune prevedono, incastonati sulla tappezzeria di un interno o immersi nella penombra dello sfondo, densi tasselli che raffigurano cartigli, cartelli, fedeli riproduzioni di opere pittoriche a lui contemporanee o talora stampe di ritratti di famiglia come nel quadro Le sorelle Sagredo.  A confermare una parentela stilistica con Cardin è il gesto pittorico - il ductus - in cui la densità della materia coincide con il dettaglio formale assumendo così un valore più espressivo che descrittivo: questa senz'altro la ragione di una produzione che, benché annoveri alcuni grandi formati, predilige le ridotte dimensioni...
(post in via di stesura...)