Saturday, January 8, 2011

Riccardo Caldura nella "città dei turisti"

Note stonate a piè pagina. I miei commenti dopo le dichiarazioni di Caldura ad EXIBART

Nella sua ultima intervista lo sentiamo sgranare un rosario di “abbiamo puntato, abbiamo posto. abbiamo...”, quasi per volerci convincere che la programmazione dello spazio mestrino non è stata per anni solamente l'illustrazione del suo gusto personale di direttore artistico, eppure chi conosce il percorso del Caldura critico-intellettuale difficilmente può nutrire dei dubbi in proposito; la scelta di porre “attenzione agli artisti nel cui lavoro fosse in atto una riflessione aggiornata sui linguaggi del modernismo” andrebbe - ovviamente - motivata con ben altre argomentazioni; ma in effetti essa esprime solo una limitata visione dell'arte e della contemporaneità.
Difficile non rimanere perplessi dinnanzi alle dichiarazioni di Riccardo Caldura: "Perché è nella città degli abitanti e non solo dei turisti che poteva, e forse doveva, trovare senso un progetto sull’arte contemporanea". 
La definizione di Venezia come “città dei turisti” quasi si trattasse di Jesolo Lido o Gabicce Mare ben rappresenta la pochezza dell'elaborazione teorica di certi intellettuali locali.
Non è il valore dei singoli artisti esposti che voglio qui mettere in discussione; i limiti della gestione Caldura vanno invece individuati nella monotonia delle tendenze artistiche proposte. Vediamo una programmazione tutta dogmatica, affermativa, illustrativa di concetti e idee ripetute, cupamente professorale nell'assenza di ludico e narrativo. Poche mostre a tema, tante personali firmate Caldura: evidente la censura su intere aree della produzione visiva contemporanea, alla quale va invece sommata l'utilizzo di una istituzione pubblica per la presentazione della "sua" lista politica di riferimento. Propaganda di stato e strumentalizzazione pure.
Stando così le cose, può esser utile ricordare ancora una volta che, proprio alla galleria Contemporaneo, abbiamo visto negli ultimi anni alcuni errori teorici sorprendenti da parte da parte di chi ha cercato persino di attribuire l'altisonante definizione di “centro di ricerca” ad uno spazio espositivo per artisti mid-career. Infatti, nella presentazione delle mostra di Esther Stocker, Caldura descriveva la galleria mestrina “spazio pubblico di ricerca" ed istituzione per artisti che hanno “già maturato una significativa attività espositiva sia in spazi pubblici che privati”, in altre parole una realtà appiattita su percorsi sicuri di circuito, nomi noti, già mid-career, non certo delle scoperte inedite. Entro tale schema l'idea di ricerca culturale, escludendo a priori numerose possibilità (ruolo sociale dell'artista, underground, contaminazioni) viene ridotta ad codice stilistico immediatamente riconoscibile, chiudendo l'arte contemporanea entro i limiti di un dogma imposto istituzionalmente dall'alto, e non - quale essa in effetti è - un processo in atto. Tutto questo va letto come diretta conseguenza di evidenti carenze di metodo, un metodo capace di restituire alla creatività la sua centralità, la funzione-punto d'intersezione di numerosi segmenti della società contemporanea.


Un lettore scrive nel forum di Exibart:

28/12/2010 ENRICO 
"A Venezia centro storico vivono 90mila persone. Sono abitanti VERI e non turisti, abbiatene rispetto perché anche loro vivono nel conpemporaneo pur dovendo subire i disagi del turismo di massa i cui guadagni vanno spessissimo a vantaggio della terraferma".

Saturday, January 1, 2011

Luca Rossi & Angela Vettese alla Whitehouse


Whitehouse, blog del grafomane compulsivo Luca Rossi Blissett, apre le porte all'eminenza grigia di una stranota lobby dell'arte, una della nomenklatura. Amen, direte voi, chissenefrega. E invece no. L'intervista ad Angela Vettese è di quelle da non perdere.
Non vi è dubbio che si tratti del confronto tra due figure che occupano posizioni assai diverse all'interno del sistema dell'arte. Non vi è dubbio, altresì, che malgrado le apparenti divergenze, vediamo qui due intellettuali dal pensiero praticamente sovrapponibile. Siamo chiaramente in presenza di un documento utile per capire come funzionano i meccanismi del conformismo del sistema; si avverte subito la riverenza condita di “sono d'accordo con queste sue riflessioni” “non mi fraintenda” con la quale il blogger d'assalto (che a me pare piuttosto accomodante) blandisce lady Vettese permettendole di trasformare il confronto in una lezione con tanto di bacchettate sulle mani (“comunemente inteso è un'espressione vaga”) e di attuare le sue consuete tecniche manipolatorie dell'interlocutore. Possibile che i limiti e le magagne del sistema dell'arte italiano non siano anche precisa responsabilità di coloro che ne controllano alcuni snodi centrali? Per Vettese, infatti, “non mi sembra che si possa affermare che i critici d'arte italiani non siano di buon livello”: gli unici a salvarsi (in una situazione dipinta nell'intervista come disastrosa) sono, guarda caso, i critici d'arte, la sua categoria.
L'ultima grande panzana di una intelligenza abilissima nel mescolare dati, citazioni, nomi altisonanti (Artforum, Ingrid Sishy), osservazioni ponderate e bugie volutamente sfacciate? Incapacità assoluta di autocritica? Imbarazzo di un'eminenza grigia che con la sua lobby ha manovrato da dietro le quinte importanti segmenti della scena artistica italiana-italica-italiota? Eppure Tranqui2 - senza nemmeno far tanta fatica - ha ben documentato alcuni orrori made in Italy della critica d'arte: testi scritti coi piedi, premi non dati, finti “Musei senza centro”, rifiuto di confrontarsi con l'opinione pubblica, database piuttosto discutibili, spazi pubblici che divengono gallerie private del direttore (dittatore) artistico, errori teorici sconcertanti, affermazioni da interrogazione liceale, mancanza di autentico dibattito, lobby affaristiche che s'insinuano nei gangli vitali del sistema paralizzandolo, per tacere su certi nomi pompati per meriti extra-artistici (vedi cosa accade nel Veneziano).
Ma aggiungo anche che la sovrapponibilità dei due punti di vista è data soprattutto dai temi censurati, dalle evidenti omissioni di entrambi: ha un senso discutere della scena internazionale senza nemmeno accennare a spinte fortissime in atto quali omologazione e colonialismo culturale, globalizzazione, autoreferenzialità delle culture anglofone, isolamento di circuiti nei quali sono pochissimi a decidere e per i quali il pubblico non conta, competizione di paesi con ben altro peso politico? Ci sono, inoltre, delle peculiarità che contraddistinguono il “caso culturale” Italia nel suo insieme, un paese troppe volte capace di rubare il palcoscenico a realtà ben più influenti, di conseguenza spesso intenzionalmente censurato.
Credo che per Ross & Vett una lucida critica al sistema internazionale sia assai difficile in quanto proprio da esso traggono la loro autorevolezza qui da noi, cioè si sono in certo modo specializzati nel farsi promotori in Italia di stilemi e modelli già consolidati all'estero. Vettese si fa scudo dei poteri forti del sistema internazionale per sparare persino su Arbasino, un autore di valore indiscutibile, l'eccellenza della ricerca letteraria italiana.
Parafrasando il Vett-pensiero potremmo dire: se per una volta pensassimo che la critica d'arte - in Italia - è davvero in una crisi creativa profonda? Lo è in Italia poiché qui e non altrove vi sono lobby talmente potenti da bloccare tutti i processi innovativi.

Il cicaleccio da caminetto tra il vaticanista del sistema dell'arte e l'eminenza beige si chiude così, in una lenta dissolvenza, mentre sullo sfondo bianca-neve cade (o inciampa) sui gradini della White-house...http://whitehouse.splinder.com/post/23787771/secondo-dialogo-con-angela-vettese/comment/63603735

X Francesca Pasini - l'arte è solo "internazionale"?

"Domanda: Quale arte e quali artisti in Liguria?
Francesca Pasini: Non penso che ci sia un'arte ligure e neppure un'arte in Liguria: l'arte è internazionale, i regionalismi sono ormai insensati. Chi ha successo è chi ha un riconoscimento internazionale, soprattutto negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Germania, in Svizzera, alle Biennali, alle Documenta" http://www.mentelocale.it/932-francesca-pasini-critica-d-arte/
Sto raccogliendo alcuni scritti & interviste relativi agli anni Novanta e al decennio successivo. Materiali utili per comprendere appieno in quale clima culturale ha operato chi in quel periodo (ma la medesima tendenza permane ancor oggi) ha tentato di fare sperimentazione artistica in realtà locali o in microclimi culturali non ancora del tutto omologati ai poteri forti del sistema. Ci siamo trovati come controparte e referenti delle conventicole di critici asserviti alla logica delle mega-esposizioni, di costruite ufficiosità museali, delle grandi rassegne. Eppure proprio l’arte contemporanea ci insegna che le mostre più “importanti” non collimano sempre con i Salon del sistema, blockbuster dell'arte d'oggi. Le idee importanti nascono talvolta piccole e povere; compito del critico dovrebbe essere, appunto, quello di riaffermare i valori autentici, non di sottomettersi al colonialismo culturale imperante. Davvero sorprendente la dogmatica intransigenza con cui affronta l'argomento Francesca Pasini in questa intervista del gennaio 2001.
Voilà una delle tante esponenti di quella commistione tra mondanità, snobismo, omologazione, superficialità-glamour oggi talmente diffusa da mettere in ombra la reale sperimentazione la cui autenticità si misura anche dall'essere espressione di un contesto culturale autentico e non manipolato.
Se la critica letteraria ragionasse nello stesso modo sparirebbero dalla scena i maggiori scrittori e poeti italiani; fortunatamente i critici letterari sono veri intellettuali non pasdaran rozzi e conformisti.